Mi sentivo solo, abbandonato, privato dell’anima. E lo ero. Si, io ero senza nessuna radice su questa terra, senza nessuna bambina da accudire, nessuna donna da colmare di carezze, nessuna amante da amare.
Cosa può un poeta solo ed abbandonato? Cercare un’altra musa? Oh no, signori miei, non chiedete a questo pover’uomo di affogare la sua sofferenza nella ricerca di nuova carne. Non è la carne, che mi manca, ma il suo profumo, i suoi capelli, il suo oro. Io non voglio una donna. Voglio quella donna. Voglio che sia ancora con me, nella nicchia che il destino creò nelle mie spalle per la sua testolina, per accogliere la sua chioma, i suoi respiri.
Come vivere, e come chiamare questo surrogato d’esistenza “vita”? Dov’erano i suoi occhioni blu, il suo nasino all’insù, i suoi fianchi, i suoi passi di danza? Oh… un languore pervadeva la mia esistenza, la trafiggeva, la straziava. Il mio amore, la mia musa, la mia Lolita.
Poco da dire: un anno di vita inutile. Lezioni, noia, sofferenza, malinconia, apatia, frustrazione e desiderio, forse folle, di rivederla ad ogni strada che percorrevo. Dov’era… non lo sapevo. Le scrivevo poesie tutti i giorni, e in verità poco o nulla ormai mi importava degli artifici, della critica, di ciò che qualsiasi altro essere al di fuori di me, e di lei, poteva pensare. Io scrivevo per lei come avevo scritto solo per Celeste. E lo facevo per alleviare il mio dolore, affinché, in quei pochi minuti, le nostre anime fossero un’unica cosa: ovunque tu sia, mio angelo decaduto, ovunque tu sia.
[ Il terrorismo dimenticato ]