Feeds:
Articoli
Commenti

Presentazione

Scrivere è la mia malattia.

I componimenti, sintomi inequivocabili. Sono un insicuro…? Forse.

Ho un’unica certezza: scrivo.

Scrivere è stata un’esperienza che nel corso degli anni mi ha cambiato profondamente, e contemporaneamente ha cambiato intrinsecamente significato.

Inizialmente, forse scrivere era come parlare a quell’amico che non avevo. Dopo, è stata una spalla sulla quale piangere, un profumo da stringere di notte, una stella da guardare, una musica che mi suonava in testa.

Fermarsi non si può, arrendersi neppure. Continuo a camminare lungo il sentiero della vita: poesie, versi e paragrafi sono come strane fotografie impresse su fogli bianchi che mi ricordano i passi già percorsi.

Sto parlando troppo, lasciamo che sia la mia arte a parlare per me.

L’immobile Mario

L‘immobile Mario si sente fermo, come se il tempo e lo spazio lo attraversassero senza dargli la possibilità né di muoversi, né di progredire in una qualsiasi direzione. Una volta immaginò di trovarsi in piedi al centro di un deserto orribile. Da lontano improvvisamente sbucava la figura rassicurante di una ragazza. Mario rimaneva lì a fissarla mentre vi avvicinava facendo ampi gesti con le braccia, ma qualsiasi cosa facesse pareva non richiamare la sua attenzione in alcun modo finché la figura non gli passò affianco, e Mario rimase a vedere il suo profilo, e seppe in quel momento che furono quelli gli unici istanti in cui loro due erano insieme, prima che lei proseguisse la sua vita e lui rimanesse a fissarne schiena, incapace di rincorrerla o mutare di un solo centimetro il suo cammino. Le persone lo raggiungono, lo fissano incuriosite, si interessano a lui per qualche tempo, e poi proseguono diventando migliori di lui, costruendo qualcosa. Invece Mario è sempre fermo, lì nella sua incapacità di qualsiasi cosa. Le guance non gli si bagnano mai, ma il suo cuore è una pozzanghera di fango e lacrime amare.

Estratto 3

Mi sentivo solo, abbandonato, privato dell’anima. E lo ero. Si, io ero senza nessuna radice su questa terra, senza nessuna bambina da accudire, nessuna donna da colmare di carezze, nessuna amante da amare.

Cosa può un poeta solo ed abbandonato? Cercare un’altra musa? Oh no, signori miei, non chiedete a questo pover’uomo di affogare la sua sofferenza nella ricerca di nuova carne. Non è la carne, che mi manca, ma il suo profumo, i suoi capelli, il suo oro. Io non voglio una donna. Voglio quella donna. Voglio che sia ancora con me, nella nicchia che il destino creò nelle mie spalle per la sua testolina, per accogliere la sua chioma, i suoi respiri.

Come vivere, e come chiamare questo surrogato d’esistenza “vita”? Dov’erano i suoi occhioni blu, il suo nasino all’insù, i suoi fianchi, i suoi passi di danza? Oh… un languore pervadeva la mia esistenza, la trafiggeva, la straziava. Il mio amore, la mia musa, la mia Lolita.

Poco da dire: un anno di vita inutile. Lezioni, noia, sofferenza, malinconia, apatia, frustrazione e desiderio, forse folle, di rivederla ad ogni strada che percorrevo. Dov’era… non lo sapevo. Le scrivevo poesie tutti i giorni, e in verità poco o nulla ormai mi importava degli artifici, della critica, di ciò che qualsiasi altro essere al di fuori di me, e di lei, poteva pensare. Io scrivevo per lei come avevo scritto solo per Celeste. E lo facevo per alleviare il mio dolore, affinché, in quei pochi minuti, le nostre anime fossero un’unica cosa: ovunque tu sia, mio angelo decaduto, ovunque tu sia.

[ Il terrorismo dimenticato ]

Estratto di poesia

La tua gioia è il mio dolore
quando, adagiata sul prato dell’amore
scorgo il suo destriero fatto di vita
che ti porta lontano da me.

Nel mio cuore sei il ricordo tempestoso
di un passato o il mio presente
e guardo nell’assurdità del tempo
che s’avvolge e torna a ferirmi.

Sei la lacrima che scorre
lenta sulle gote mie
sei quella cosa nel mio petto
che mi strazia e fa gridare.

E seduto in una stazione
aspetterò
l’annuncio che grida forte
***** è tornata
è tornata e non parte più.

Al mio Amore

Ti ho amata, come amano i poeti.
Ho voluto vedere oltre l’apparenza,
oltre le tue follie, i tuoi malumori.
Oltre l’incanto biondo ho trovato…
una valle fiorita e sterminata,
su cui il vento sfiorava con le sue dita dolci,
e da cui sgorgava il profumo dell’amore,
e la mattina era diversa da quella precedente,
la notte gridava di dolore ed io ti cullavo.

Ti ho amata, come nessuno ha mai avuto il coraggio di amarti.
Mi sono imposto di entrare nella tua anima,
e vedervi l’universo intero e il miele che sgorgava,
ho sciolto le tue catene e me le sono addossate,
ho sofferto il freddo e la febbre ardente d’amore,
e quando mi abbandonavi, mi rifugiavo nella poesia,
dedicata ai sorrisi che mi regalavi ogni tanto,
quelle dolci mattinate a stringerci nel calore di un abbraccio,
e di un timido bacio inesperto, soffiato con inusitata dolcezza.

Ti ho amata, come nessuno sa più amare,
come neppure il tuo principe ha mai saputo amarti,
ho conosciuto uno stadio pieno di tifosi diversi,
che gridavano mille verità, e tu eri al centro del campo.
Lì ho cercato di raggiungerti, ho annaspato e sono rimasto ferito.
Ancora una volta, siamo riusciti a stringerci ed ancora una volta…
ho rivisto il tuo sorriso dolce ed assaporato le tue labbra.
Abbiamo scritto insieme, abbiamo dato alla luce dei figli,
che nessuno vedrà mai morire, e sono tutti nostri.

Ti ho amata, come il sole ti riscalda la pelle bianca,
e la luna ti culla un po’ mentre hai paura la notte.
Ho sempre parlato nella mia vita, detto insulsaggini,
ma con te ascoltavo solo. Ore e ore imparavo a conoscerti,
ed anticipavo da veggente tutte le tue parole seguenti,
le leggevo dai tuoi denti bianchi, quando mi sorridevi,
mettevi l’accento sul mio amore e lo esaltavi.
Ho vissuto con te una felicità che è pari solo al dolore,
che mi hai dato nel lasciarmi.

Ti ho amata, come una freccia appena scoccata ama il suo bersaglio,
e il mio bersaglio era il cuore sensibile della donna che amo ancora,
con la quale mi sono illuso di poter dividere la vita,
per la quale ho lottato più di Davide contro Golia,
e sarei stato capace di lottare ancora, senza mai fermarmi.

Ti ho amata, e ti amo ancora, sono folle.
Forse non meriti il mio amore, forse dovrei cancellarti,
prendere la candela che arde del mio sentimento puro e delicato,
metterla in un angolino, ed aspettare che il vento della notte senza luna
la porti via, come la morte porta via i parenti più cari,
e come tu sei scappata via da me.

Ti ho amata, senza una ragione precisa,
senza chiedermi troppo, senza pensare.
Tanto biondi erano i tuoi capelli e tanto chiare le tue carni,
che mi accecasti come Dalila fece a Sansone.

Ti ho amata, mentre gettando un urlo contro il cielo,
gridavo alle stelle le mie angosce,
e piangendo scrivevo le mie poesie più belle,
guardavo le tue foto in cui eri incantevole,
trovavo parole così astruse e balorde,
che solo la follia dell’amore perso poteva affibbiarmi.
Il destino scherza con me, e per questo tu non le leggerai mai.

Ti ho amata, essendo l’uomo che ti conosce di più,
e sa le cose che nessuno conosce,
le tiene strette al cuore come un fazzoletto abbandonato,
camminando sotto la pioggia nera in una giornata inutile,
e respira i tuoi sorrisi e sente i tuoi pensieri,
su quei gradini di pietra che sono stati il nostro nido.
Ed ora scrive ancora, mentre dovrebbe disprezzarti.

Ti ho amata, quando avrei dovuto odiarti.
Ma quel tuo viso imperiosamente reclama amore,
le mie dita sul tuo corpo era tanto leggere,
che spesso mi chiedevo se ti toccavo o sognavo,
e i tuoi baci così dolci, che pareva di mangiare miele.
Così come un contadino coltiva al terra e aspetta il raccolto,
io attendendo la buona stagione ho raccolto solo amarezza.

Ti ho amata, ma tutto il mio amore ora è sofferenza.
Tanto più io sono stato felice, quanto più ora sto soffrendo.
Non ho avuto la forza di tenerti con me nel mio tenero mondo,
così tu sei scivolata via dalle mie dita, e fuggita nella realtà.

Ti ho amata, e a volte mi chiedo se anche tu l’hai fatto.

Estratto 2

L’avevo avuta più di quanto mi aspettassi, con una passione ed una voluttà che aveva incendiato i miei sensi da troppo tempo assopiti. Io la volevo immortalare, così che rimanesse la bambina che era, dolce e pura. Sgusciai via dal calore del suo corpicino, mentre lei abbracciava il cuscino per reazione, e si poneva trasversalmente tra le coperte. Un braccio ed un seno si intravidero nella penombra, un piedino sbucò fuori dalle coperte, la chioma dorata abbandonata sulle spalle nude. Presi le mie uniche armi di difesa, il foglio e la penna, e lasciai che la mia follia scorresse sulle pagine bianche.

[...]

Quale illustre porzione dell’Assoluto dovetti scavare per lei dal mare di parole! Come era bella nel rigirarsi nelle coperte, mentre le lenzuola le risaltavano le forme, la boccuccia sbadigliava e le braccine tanto forte stringevano quel fresco cuscino! Ed allora si che tutta l’immane potenza della poesia venne nelle mie mani, ed l’impressi con forza e rabbia, come da tempo non facevo. Che fortuna fu che Nicole non vide mai il mio viso ed i miei occhi folli, mentre tra la sua rosea pelle ne estrapolavo le viscere dell’arte, e tutto ciò che serviva per rendere quel batuffolo di pelle e capelli una creatura sfolgorante. Era lì tutta la mia vita, in quei pochi momenti. Era una forza, una pazzia necessaria al pari dell’amore, che imperversava nelle mie vene, ed apriva il cielo, e nervosamente graffiava su quel foglio oscurato dalla poca luce più luminescenza di quanto il sole stesso potesse mai irradiarne. Vieni, vieni, vieni a me, sensazione di perdizione suprema, ed infinito languore! Da quanto tempo t’ho aspettato, epigrafica malattia, acqua dell’assetato, porta per il paradiso, generata da una misera creaturina assopita del più angelico dei sonni ristoratori. [...]

[ Il terrorismo dimenticato ]

Sei quel sussurro…

Sei quel sussurro
che sono nato per udire
tra mille suoni confusi
lungo un viale alberato
dove s’ode
il fluire tremendo
del fiume e del ciclico
alternarsi del cielo,
mentre le nuvole sparse
fuggono alla visione del vento.

Sono quel cuore
nato affinché tu possa ascoltarmi
mentre mi esplode nel petto,
e la bocca tremante
all’unico bacio si appresta,
io che sono qui, su questa terra
per baciarti le labbra
ed asciugarti le lacrime
e regalarti un sorriso.

Noi viviamo le nostre vite
nella speranza d’incontrarci
affinché possa avvolgerci
il turbine passionale
di quell’Amore sconosciuto
come un afflato inafferrabile.

Noi siamo quel vento
che passa su questa terra
ed in un abbraccio ci porta
all’orizzonte, verso il vuoto
dove saremo ogni cosa,
tu che sei nata per essere qui
dove potrai sentire l’odore
della mia pelle.

Sbocciato, come un frutto
nella primavera del mistero
io me ne sto nel prato
aspettando l’altra metà
che dolce si ricongiungerà a me.

Ripensandoti in silenzio

Ripensandoti in silenzio
senza parole
triste, mia ninfetta
mi dà dolore.

Tu mia musa traditrice
stemperi i miei ricordi
con taciute parole
e vuoti ricolmi,
di occasioni mancate.

Tutto ciò che avrei potuto
mia musa
è un passato che ci sfugge
e non vivremo mai
fin quando la delusione
forgerà nelle nostre anime
e domani saremo
arrabbiati e soli.

E nella vita, la tua vita
viaggia su un sentiero foreste
ed ignoro quando il tuo passo
ha abbandonato il mio fianco.

Le orme, nel passato
evanescenti spariscono
come mai esistite
in un nulla assurdo.

Mia musa adesso
nel mio cuore, la domanda
se d’un miraggio sei l’illusione
o il vento della primavera
a risvegliarmi dall’inverno
prima del rosso sangue d’autunno
langue ed essiccato,
malinconico ed infinito.

Lo scolastico Mario

Lo scolastico Mario ha un’idea ben precisa della scuola. Nulla, in una società, è più distante dal concetto di formazione come la scuola. Il prof Belletti ad esempio, è un coglione. Se esistesse la patente per gli stronzi, lui sarebbe un istruttore di patentino per stronzi. Forse è giovane, ma Mario non capisce perché si debbano imparare a memoria interi canti della divina commedia e capitoli dei promessi sposi. Parliamo del carico di compiti assegnati, tali da costringere i ragazzi a studiare più di quattro ore? Siamo chiari… il prof Belletti è un nevrotico frustato capace unicamente di sovraccaricare i suoi studenti di compiti inutili ed umilianti. La prima violenza, è quella che la scuola dona allo studente. Una violenza di cui, anni dopo, il ragazzo arriverà a vantarsi. Vantarsi delle assurdità subite, certo che questa scuola è un grande mezzo di addestramento per questi cani… oh pardon, studenti. Mario si chiede se sia mai esistita una scuola sinonimo di formazione, educazione, crescita personale. Al riguardo è scettico. Però è sicuro che esista un’istituzione costituita per annientare tutto ciò che dovrebbe invece spingere verso la cultura. Come si potrà mai amare qualcosa di imposto da un frustato nevrotico come il prof Belletti?

Dov’è ora…

Dov’è ora il tuo sorriso,
gentile creatura?
Dove l’ho cercato, per anni
lungo le strade del mio cammino perduto,
lungo le lacrime amare versate tra i boschi,
e le acque dolci dei laghi freddi,
dove il mio pianto era solo acqua tra acqua,
così come il tuo sorriso è ricordo del passato.
Dov’è ora il tuo sorriso,
radiosa creatura?
Quella selvaggia natura
dove ho perduto le mie sere inquiete,
e le mie fantasie di infante.
Adesso è tutto buio,
è pioggia che riga le guance più del pianto,
più del dolore che rimane indelebile
tra le pagine bruciate dell’anima illusa
e straziata.
Dov’è ora, mia certezza volata via,
il tuo sorriso rassicurante?
Dove mai io potrò consolare la mia vacua
e giovane insicurezza,
dove mai, io potrò rivedere il calore
del tuo sguardo rassicurante,
e sentire la mia pelle che si riscalda d’amore.
Dov’è ora il tuo sorriso,
mia candida creatura?

Nello scriverle decine di poesie, avevo iniziato a spiarla. In realtà ciò di cui avevo bisogno era fissarla in atteggiamenti naturali, che andassero possibilmente oltre quello della dormita. Mi piaceva guardarla mentre studiava, e si intrecciava i capelli tre le dita, e mordicchiava la matita, e incrociava le caviglia nude e muoveva le dita dei piedi nei calzini colorati. E poi si stiracchiava, e sollevava le braccia verso l’alto, e il seno risaltava da quella splendida posa, e dato che lei odiava il reggiseno, i capezzoli si vedevano bene. Mi piaceva mentre sorrideva perché aveva letto qualche frase in qualche poesia di qualche autore latino, o magari aveva lei stesso scritto una frase che le sapeva d’ironia. Era bella mentre timidamente iniziava a scrivere con due sole dita sulla tastiera del computer, stando sdraiata sul letto o seduta ad un tavolo. Ogni tanto aveva quel grattarsi la testa dai toni sincopatici, e poi riprendeva a scrivere, e fissava dinnanzi a sé cercando nell’assoluto le parole per continuare a scrivere, e dopo, quasi avesse ricevuto da una mano caritatevole l’illuminazione, sgranava gli occhi e continuava a scrivere. Quanto era dolce quando intrecciava le dita e leggeva tra le labbra le sue righe, senza che nessun suono se non i suoi respiri delicati imperlassero l’aria, e poi correggeva qualche leggera sbavatura, e orgogliosa salvava il lavoro e sorrideva ancora. Talvolta mi nascondevo sullo stipite, ma lei imparò presto ad accorgersene, ed allora sgattaiolavo in silenzio dietro qualche divano, e sembravo una spia nel cogliere tutte le sue fattezze. Confesso di essermi soffermato più volte sulle gambe nude, fino a fantasticare sul buio nella sua gonna di jeans. Spesso si accorgeva di me, mi dava nel “mattacchione” e continuava a scrivere, oppure veniva da me a donarmi un bacio. Se rimaneva lì, io scrivevo i miei versi, e dopo andavo da lei in ginocchio, e le sfilavo i calzini di cotone, baciandole quei piedini da cucciolo, e toccavo le sue gambe sinuose e lanuginose, prima di perdermi nel triangolo formato dalle sue cosce ed il sesso. Il suo profumo era dolce e sensuale, e quando l’impazienza si impadroniva della mia natura, le facevo scivolare le mutandine bianche lungo le gambe fino alle caviglie, e baciavo le sue labbra calde e strette, infliggendole una tortura che solo l’estasi, che dopo un pò giungeva a salvarla, ripagava.

Articoli precedenti »

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.